Il passato dell’ Ungheria ritorna

” Les démons du passé hongrois ressurgissent “

Un articolo di Gérard Delaloye del 22 gennaio 2012 anticipava su Largeur.com  quanto sta succedendo in Ungheria con un riferimento esplicito al silenzio dell’ Europa.

In questo testo è visibile il metodo di lettura storica di Gérard Delaloye nella interpretazione di fatti rilevanti del presente. Il richiamo ai fatti del ‘900 della storia ungherese permette di chiarire le ragioni attuali dell’ affermazione della politica di Orban.

Il modello ungherese rischia di essere il riferimento per altre situazioni “nazionali” in Europa ?

Il tema dei “migranti” ed i comportamenti dell’ UE , a quando una analisi complessiva sulle ragioni storiche delle scelte attuali dell’ Unione europea ?

Qui trovate il testo di Gérard Delaloye

https://largeur.com/?p=3590 

Gérard Delaloye – Una storia del Vallese ( inedito )

Pubblichiamo oggi un primo estratto di una Histoire du Valais  che Gérard Delaloye aveva scritto a partire dai primi anni ‘2000 ,  e terminato prima di morire, ma che in Vallese non è mai stata pubblicata , per ragioni che ci sfuggono.

Il testo in nostro possesso costituisce la prima parte di un lavoro che riapre la lettura delle origini della storia moderna di quel territorio alpino indagando il prima e il dopo della Riforma protestante per giungere ai tempi nostri.

Presentiamo qui la parte iniziale del testo , sul dattiloscritto  originale, augurandoci che gli amici romandi si possano attivare per fare in modo che il lavoro di Gérard Delaloye  possa finalmente essere pubblicato .

Qui le prime 19 pagine del testo  Gérard Delaloye Histoire du Valais – Parte 1

Il resto del testo in nostro possesso sarà pubblicato qui nei prossimi due mesi per promuovere un incontro  nel prossimo autunno sulla figura e l’ opera di Gérard Delaloye.

Per una storia delle Officine FFS a Bellinzona e Biasca ( 1 )

Iniziamo oggi la pubblicazione di letture e analisi della storia delle Officine FFS in Ticino

Segnaliamo per cominciare due lavori di ricerca. Il primo, di Gabriele Rossi ( autore di “Giù le mani dalle officine”, Edizioni Fontana, 2008 )  , pubblicato dalla Fondazione Pellegrini – Canevascini  Storia delle officine FFS .  

Il secondo  , pubblicato su http://www.iperpaesaggi.ch/spip.php?article12 , che contiene diversi riferimenti bibliografici sul tema generale dei trasporti.

Due ricostruzioni diverse , di livello diverso, sulle quali torneremo.

 

 

Lirica e storia: SARA TEASDALE ( 1884 -1933 )

Cadrà dolce la pioggia

Cadrà dolce la pioggia e si diffonderà il profumo della terra,
le rondini voleranno in cerchio stridendo;
canteranno le rane negli stagni a notte alta,
e i pruni selvatici biancheggeranno tremuli;
i pettirossi si vestiranno di penne di fuoco,
fischiando le loro ariette sugli steccati;
e nessuno saprà della guerra, nessuno
si curerà infine quando tutto sarà compiuto,
né albero, né uccello
farà caso all’umanità morente;
e la stessa primavera, quando si leva all’alba
appena s’accorgerà che ce ne siamo andati.

There will come soft rains and the smell of the ground,
And swallows circling with their shimmering sound;
And frogs in the pools singing at night,
And wild plum trees in tremulous white,
Robins will wear their feathery fire Whistling their whims on a low fence-wire;
And not one will know of the war, not one Will care at last when it is done.
Not one would mind, neither bird nor tree If mankind perished utterly;
And Spring herself, when she woke at dawn, Would scarcely know that we were gone.

Biografia di Sara Teasdale

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La storia di un poeta dimenticato – Arkadij Kutilov

Poeta, prosatore e pittore russo.

Arkadij Kutilov  

Tratto da    Un’anima e tre ali – Il blog di Paolo Statuti  

Vedi i testi delle sue poesie su https://musashop.wordpress.com/2017/11/ 

E’ nato il 30 maggio 1940 nel villaggio di Rys’ja (regione di Irkutsk) ed è morto a Omsk nel mese di giugno del 1985. E’ uno dei più luminosi e originali poeti russi del XX secolo. Trascorse l’infanzia e l’adolescenza nel villaggio di Bražnikovo, nella regione di Omsk. Un ruolo  particolarmente importante nella sua formazione ebbero la sua insegnante di russo e il bibliotecario, che consigliava il giovane nella scelta dei libri. Nella biblioteca del posto Kutilov trovò una piccola raccolta di Marina Cvetaeva e, grazie a ciò, fece per la prima volta conoscenza con la poesia caduta in disgrazia. La forza e la bellezza dei versi della Cvetaeva fecero nascere in lui un irresistibile interesse per la poesia. Le prime sue composizioni poetiche risalgono al 1957 (fino all’età di diciassette anni la sua passione principale era stata la pittura). Iniziò con versi il cui contenuto era genericamente chiamato “lirica della taigà”. All’inizio degli anni ’60 svolse il servizio militare a Smolensk, dove in veste di poeta principiante entrò nell’ambiente letterario, e partecipò a numerosi seminari. I suoi versi apparvero su diverse riviste locali. Un fatale avvenimento lasciò in lui un marchio che influì sul suo futuro destino. Il poeta e un gruppo di commilitoni presero una sbornia bevendo liquido antigelo. Restò vivo soltanto Kutilov. Per questo motivo dopo la cura che ne seguì, fu congedato. Tornò a Bražnikovo. Su questo periodo il poeta scrisse in una nota autobiografica: «Nel mio stato depressivo, avendo perso interesse per ogni cosa, vivevo nel villaggio, contando sullo scorrere della vita. Il fatto più brillante di quel tempo è stato il momento in cui per la prima volta ho apprezzato seriamente la vodca. Lavoravo come corrisponente per una rivista regionale, bevevo smodatamente, conducevo una vita scapestrata e neanche provavo a migliorare la mia condizione.» Dopo qualche mese fu licenziato dalla rivista per ubriachezza. Nel 1965 sue poesie apparvero sul giornale di Omsk “Il giovane siberiano”. Dopo la morte della madre, avvenuta nel 1967, Arkadij Kutilov con la giovane moglie e il figlio tornò nella regione di Irkutsk, sua terra natale, dedicando molto tempo ai viaggi. Discordie famigliari costrinsero poi  il poeta a tornare a Omsk.
Per un certo tempo condusse una vita nomade di giornalista di campagna, lavorando per diversi giornali, senza mai trattenersi a lungo in un luogo. Iniziò il periodo di vagabondaggio che durerà diciassette anni: la sua casa e il suo studio diventarono le soffitte e le cantine, dormiva nelle stazioni e nei cimiteri.
…Triste mondo nel balbettio del transistor,
la gente canta canzoni non proprie…
E nel Paese dei minchioni gemono i cigni,
piangono le pietre e gracidano gli usignoli…
Fu ritenuto incapace di adattarsi socialmente e psicologicamente malato, e quindi costretto a intraprendere una cura psichiatrica e, conformemente alla legislazione sovietica, fu accusato di parassitismo e vagabondaggio. Nel 1971, trovandosi in carcere, scrisse il racconto “Il granello di polvere”. Dalla metà degli anni ’70 Kutilov scriveva ormai senza alcuna speranza di vedere i suoi lavori pubblicati, e perfino il suo nome era interdetto, a causa dei suoi versi ritenuti sovversivi, degli scandali letterari e politici, delle “mostre” provocatorie di quadri e disegni nel centro della città, del disprezzo del passaporto sovietico, le cui pagine aveva riempito di poesie.
Alla fine di giugno del 1985 il poeta fu trovato morto in un giardinetto di Omsk con gli abiti sporchi e stracciati. Le circostanze della morte non furono mai chiarite. Si dice che sia stato ucciso per motivi politici, in quanto dissidente. Il cadavere fu identificato, ma nessuno richiese la salma all’obitorio. A lungo il luogo esatto della sepoltura del poeta, alla periferia di Omsk, restò sconosciuto. Finalmente nel 2011 riuscì a scoprirlo Nelli Arzamasceva, direttrice del museo “Arkadij Kutilov”. Il poeta Evgenij Evtušenko scrisse di lui: «Nella città di Leonid Martynov è vissuto un altro meritevole poeta, non apprezzato da noi quando era in vita. I suoi versi, sono diversamente giudicati, ma in essi ci sono lampi di genialità

La sua unica raccolta di poesie pubblicata, uscita a Omsk nel 1990, ha un titolo che si  addice perfettamente al suo tragico destino – Lo scheletro di una stella:

 La mia stella lavora bene,

la mia cara privata stella…

Si è accesa alquanto di recente,

di recente…Pensavo – per sempre…

Ma si raffredda nel gelido buio,

e di colpo si spegnerà quest’anno…

Il deserto – ai leoni, il bosco – agli uccelli,

e a me – accendete una nuova stella!

Si  ritiene che abbia scritto più di 2000 poesie, testi di prosa stupefacente, e abbia creato un’intera galleria di opere figurative. Purtroppo gran parte di questa produzione non ci è pervenuta.

Testo tratto da    Un’anima e tre ali – Il blog di Paolo Statuti

https://musashop.wordpress.com/2017/11/

 

La storia e il nostro futuro ( 1 )

Perché  il futuro ha un cuore antico

In una recensione di 7 anni fa del volume di Carlo Levi IL FUTURO HA UN CUORE ANTICO Viaggio nell Unione sovietica ,  Marco Casula scriveva:

"Quando Carlo Levi compì un viaggio in Unione Sovietica nel 1955 non poteva di certo sapere cosa sarebbe successo di lì a un anno in quella terra che aveva aperto orizzonti di senso e di vita a intere generazioni di uomini tanto da scrivere, giusto il 1956, questo gustoso resoconto, che è anche poema, reportage narrato con lo sguardo del poeta, del pittore, del romanziere. E come il romanziere di Torino in Basilicata scriveva di Cristo fermatosi a Eboli, così Leningrado è Torino, la neve, la classe operaia. Con questo racconto Carlo Levi ci aiuta non tanto a conoscere l'URSS di quel periodo, troppo troppo lontana per noi, quanto a scoprire la scrittura come sguardo attraverso il quale conoscere le persone e le cose. E' come se l'autore fosse arrivato in cima alla collina e avesse cominciato, da lì in alto, a descriverci gli ambienti, le cose viste, le persone incontrate, dalle più importanti alle più umili: in una parola è come se ci avesse dato conto della sua esperienza di viaggiatore. Con dovizia di particolari Levi elenca oggetti, descrive stili di vita, annota incontri, scruta caratteri. E tutto scorre con una lievità che sconcerta e illumina.
Il racconto si dispiega così, leggero, e passano in sequenza le immagini del poeta tra i monaci piuttosto che tra le operaie di una fabbrica tessile, nelle chiese di Kiev, nei teatri di Mosca o nell'Istituto Pavlov, immerso in un mondo tradizionale che ricorda i contadini del nostro Sud, ma anche un mondo proteso verso un futuro carico di attese. Si era alla vigilia di eventi che avrebbero sconvolto l’umanità. Il 1956 Annus Horribilis, crisi internazionali e, in quella parte dell'emisfero, avvenimenti contraddittori e dirompenti come la rivolta d'Ungheria e la sua invasione da parte sovietica, avrebbero prodotto crisi altrettanto devastanti. 
Alla luce di quanto successo nel mondo e in URSS dopo quel viaggio, e a maggior ragione, resi più cinici e spaventati nell'oggi contemporaneo del III millennio senza gli antichi muri, Carlo Levi ci consegna un'immagine poetica e senza verdetti di un mondo che non c'è più, lontano nel tempo, ma ci fa dire con lui che quel futuro anelato da tante generazioni ai quattro punti cardinali del globo, si è forse un giorno fermato a Mosca. "
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Rafael Alberti, testimone del Novecento

Nelle parole di Rafael Alberti la storia si è fatta poesia vissuta .

Nel suo blog  Paolo Statuti (vedi https://musashop.wordpress.com/about/ ) ha dedicato negli ultimi 5 anni una speciale attenzione ai poeti del Novecento in Europa, traducendo in italiano moltissimi testi.  Segnaliamo qui  il suo lavoro come uno dei migliori contributi in lingua italiana alla conoscenza della cultura nei paesi dell’ Est . Poesia e letteratura ( con la musica e la pittura ) sono i principali interessi nel suo lavoro.

L’opera di Rafael Alberti che Paolo Statuti documenta sul suo blog ( Rafael Alberti (1902-1999) ) è contemporanea a quella di Federico Garcia Lorca, Salvator Dalì, Pablo Picasso . La Spagna e la guerra civile saranno lo sfondo di tanti suoi scritti. Ma è nella poesia che questa storia si svela a noi come storia vissuta, sentimento e passione.

Saper leggere oggi,  e reinterpretare , la storia del Novecento attraverso i testi degli scrittori , degli artisti e dei poeti che ne sono stati protagonisti , è una strada necessaria da intraprendere per ritrovare il senso e la speranza del futuro in una Europa che sembra oggi aver occultato e dimenticato la grande cultura del Novecento come unico vero faro della civiltà , in un secolo sconvolto dalle tragedie delle due guerre mondiali e dagli orrori dei campi di sterminio.

Il presente che stiamo vivendo sembra aver azzerato il significato del passato. Ridare senso al passato, per capire il presente e aprire una luce sul futuro, è forse il vero compito che gli “storici” oggi devono porsi. Fuori dalle chiuse stanze degli addetti ai lavori, la storia deve entrare nella vita reale, individuale e collettiva, come una rivisitazione del nostro presente vissuto.  Un compito che richiede un nuovo modo di guardare al “nostro” mondo, costruito intorno a noi, al disopra delle frontiere ideologiche che abbiamo ereditato.