Doc. 1 “Quale storia per la Svizzera ? ” – Gérard Delaloye

.Conferenza di Gérard Delaloye     Quale storia per la Svizzera ?  

(Lugano, 10.11.2006)                                  Gérard 2

Cari amici,prima di tutto vi ringrazio per la vostra presenza: mi fa uno strano effetto parlare di nuovo qui, nel Ticino, dopo quasi 40 anni di assenza: una vita! Ma quello che mi fa ancora più piacere è la solidità delle relazioni amichevoli con alcuni di voi per tutto questo periodo e in particolar modo l’amicizia di Bruno Strozzi che mi ha proposto di organizzare questa serata con il Centro Guido Pedroli.

Di Guido Pedroli ho sentito parlare quando ho avuto a che fare per la prima volta con il Ticino. Era, mi ricordo benissimo, la fine del 1964. In quei tempi, facevo parte della segreteria nazionale di Gioventù Libera, l’organizzazione giovanile del Partito del lavoro. Avevamo organizzato un viaggio in Unione sovietica al quale parteciparono diversi giovani ticinesi, tra cui Sonia che avrei sposato un anno dopo. Sonia, allora iscritta al partito socialista, mi regalò il libro di Guido Pedroli “Il socialismo nella Svizzera italiana”, uscito l’anno precedente presso la Feltrinelli. Sia detto tra parentesi, un altro partecipante al viaggio, studente all’Accademia di Brera, mi fece allora scoprire l’operaismo italiano portandomi da Milano alcuni numeri di Classe operaia.

Il Pedroli fu il primo libro di storia della sinistra svizzera che io abbia mai visto. Mi ricordo che, ancora incapace di leggerlo, sono stato molto impressionato .dalla cura portata all’edizione e dal fatto che un libro di questo genere, uno studio storico sul movimento socialista ticinese, fosse pubblicato in Italia. Da noi non succedeva. Già non esisteva nulla tra Losanna e Ginevra, figuriamoci con la Francia! La mia sorpresa, scomparì dopo lettura delle prime righe del saggio: “Un tratto fondamentale caratterizza il Ticino nei confronti di ogni altra provincia italiana: l’autogoverno”.

“Ah, beh!”, mi sono detto, ·· non sono più in Svizzera!”

Torniamo quindi alla domanda: Quale storia per la Svizzera? Quarant’anni fa, per me la risposta era chiara: non si trattava di capire come si era svolta la formazione della Svizzera – questo lo trovavo nella classica ” Histoire de la Confédération suisse” scritta alla fine dell’Ottocento I inizio Novecento in chiave liberale dal sangallese Johannès Dierauer. Il Dierauer era (e rimane: nessuno ne ha preso il posto) una vera e propria istituzione nazionale, al pari del Landesmuseum di Zurigo o del Bundeshaus di Bema. Per il resto, la letteratura a disposizione degli studenti era poco interessante, frutto del lavoro di professori conservator,i legati a circoli di potere che contavano su di loro per far passare un discorso sulla costruzione dello stato federale che presentasse il minor numero di asperità possibile. Un esempio particolarmente emblematico di questo stato di cose è L’ Histoire de la Suisse, pubblicata negli anni Trenta da William Martin, un intellettuale ginevrino seguace di Charles Maurras, legato, come il suo amico Gonzague de Reynold, all’estrema destra francese.

No, l’obiettivo era quello di far uscire dell’ombra la storia del movimento operaio. Per noi, giovani della sinistra rivoluzionaria, quello che contava era la rivoluzione e i diversi modi di farla. Quindi lo studio dei tumulti, delle rivolte, delle rivoluzioni. Una sfida bellissima che ci portava da Spartacus (vedi Koestler) e dai primi moti cristiani ai ribelli del Medioevo, e giù fino alla guerra dei contadini del Cinquecento per arrivare all’età delle rivoluzioni.

In questo campo siamo stati fortunati per via della pubblicazione dei primi lavori di Eric Hobsbawn, prima di tutto il magnifico “I primitivi della rivolta nell’Europa moderna”.

Ricordo che parlo di un periodo che si potrebbe qualificare, per quanto concerne la Svizzera, di “accademico”, nel senso dell’Università ottocentesca, quindi pre-universitario rispetto al formidabile sviluppo iniziato negli anni 1970 e proseguito adesso con il sistema Bologna.

A Losanna, per esempio, i professori davano il loro insegnamento ex cathedra, con pochi contatti con gli studenti. La biblioteca era scadente, di accesso complicato, gli assistenti volontari. Era sì possibile presentare una tesi in storia sociale, .ma con scarsissimi mezzi di ricerca. Magari alcuni di voi si ricordano di aver sentito qui a Lugano, nell’ambito delle conferenze organizzate dal primo MGP, Marc Vuilleumier parlare dei comunardi rifugiati in Svizzera o Bernard Antenen sul Comitato di Olten e lo sciopero generale del 1918. Era il massimo tollerato dall’Università. Per questa ragione, lo sforzo principale l’abbiamo fatto in modo militante accanto a un personalità eccezionale, Theo Pinkus, il libraio zurighese della Froschaugasse, che riunì, nel 1965, se non sbaglio, una ventina di persone – romandi e svizzeri tedeschi – su un progetto di Enciclopedia del movimento operaio nella quale la Svizzera non sarebbe stata dimenticata. L’esplosione del ’68 impedì il proseguimento dei lavori, ma una traccia sopravvive fin ad oggi nell’ Association pour l’histoire du mouvement ouvrier che dovrebbe pubblicare in questi giorni il suo 22° quaderno annuale.

A parte questi modesti tentativi, non c’era niente: né storici, né editori. Invece oggi vediamo che la storia è un po’ dappertutto. I musei conoscono una voga incredibile. Giornali e settimanali sono attenti alla storia come gli altri media. Ci sono case editrici specializzate (Editions d’En Basa Losanna da 30 anni, Antipodes anche a Losanna, Chronos Verlag a Zurigo, Hier + Jetzt a Baden, ecc.), riviste e istituti universitari dotati di mezzi importanti. Ci sono stati i costosi cantieri della ristrutturazione del Landesmuseum e della Commissione Bergier. Sono sempre vivi quelli del Dizionario storico della Svizzera (voragine che inghiotte milioni da quasi vent’anni) e quelli dei Documenti diplomatici svizzeri, fonte eccezionale d’informazioni sulla politica estera. La produzione di tesi è. abbondante. Due tesi per esempio sul partito comunista svizzero prima del 39, due storie del Partito del lavoro, ecc. Non c’è un movimento sociale che non ”abbia” il suo ricercatore, il suo specialista. Si può ben dire che se il campo della storia sociale non è esaurito (cosa impossibile!), oggi si trova ad essere ben lavorato da ricercatori d’ogni obbedienza.

Un attore importante di quest’affermazione della ricerca storica si chiama Hans Ulrich Jost. È lui che, nel famoso capitolo “Minaccia e ripiegamento” della “Nuova Storia della Svizzera e degli Svizzeri“, fece saltare la diga del perbenismo storico. La vivacità delle polemiche suscitate dalla prospettiva data all’azione del paese durante il periodo tra le due guerre e poi tra il ’39 e il ’45 fu di una fecondità eccezionale; Uno storico racconterà magari una volta quanto ha pesato l’appartenenza dello Jost alle nostre forze aeree quale pilota di Mirages nel suo lavoro e nella sua carriera. Magari ci racconterà anche se il principale sostenitore della candidatura di Jost alla cattedra di storia contemporanea di Losanna, un un discreto professore piuttosto conservatore fu, in seguito, sorpreso dall’audacia del suo protetto quando questi sottomise a un bombardamento a tappeto le diverse versioni della storia elvetica del ventesimo secolo.

Perché prima di Jost e dei suoi seguaci, c’era una storia. Chiaro. Ma si chiamava Georges-André Chevallaz, Carl Ludwig, Edgar Bonjour. Il Chevallaz, prima di diventare consigliere federale, scrisse una storia ridicola della Svizzera moderna usata per anni nelle scuole. Ludwig e Bonjour, tutt’e due liberali alla moda basilese, furono incaricati su mandato della Confederazione, di dare una versione accettabile della politica verso i rifugiati (per il Ludwig) e la neutralità (per Bonjour). Queste versioni molto soft non toccarono i punti più discussi della nostra storia. Perché i liberali dell’epoca avevano rinunciato ai loro ideali per allinearsi sull’anticomunismo, perché la sinistra non era abbastanza forte, perché l’università era ancora sottomessa all’accademismo.

A Losanna, Jost fu violentemente contestato dall’ establishment, Chevallaz in testa. Ma vinse, perché fu capace di affrontare la realtà in faccia piuttosto che piegarsi al tran-tran accademico. Il 3 febbraio 1983, tiene la sua lezione inaugurale intitolata: « Un juge honnète vaut mieux qu ‘un Raphael. » Le discours esthétique de l’ État national. Bisognava avere coraggio per affrontare uno dei temi più discussi a partire dalla ormai lontana fondazione della Società Elvetica nel 1760! Ma bisognava anche avere una vasta cultura, una formazione non solo storica nel senso stretto, ma anche sociologica ed economica. Passando con finezza da una affermazione di Hans Conrad Escher von der Lindt (« Un juge honnête vaut mieux qu’ un Raphael ») a una notazione di Max Frisch nel suo diario : (« La culture se confond chez nous avec l’exploit civique »), Jost spiega come lo Stato federale, e i partiti hanno utilizzato senza successo la cultura per fabbricare uno “spirito nazionale” :

« L’Etat fédéral, bien que préconisé comme une des formes du Kulturstaat, n’ a pas su réaliser ce concept. Contraint par les lois de l’ économie capitaliste, qui est en demière instance aussi une des bases de l’Etat fédéral, l’ espace esthétique de l’Etat en fut réduit à un simple domaine de marchandage et de spéculation culturelle. »

Due anni fa, ho sviluppato questa tematica nel mio saggio « Aux sources de l’esprit suisse. De Rousseau à Blocher » mettendo in rilievo i diversi tentativi fatti dal Settecento a questa parte per elaborare il concetto di “nazionalismo” (tra virgolette) svizzero. Per conoscere il pensiero di Jost conviene riferirsi al volume À tire d’ailes, contributions de Hans Ulrich Jost à une histoire critique de la Suisse , Editions Antipodes, Lausanne, che riprende contributi sparsi in varie riviste. Ma in questi ultimi 20 anni, i suoi studenti hanno pubblicato numerosi volumi sulla storia della Svizzera nel Novecento. Ecco ad esempio due nomi: Sébastien Guex per la storia economica e Alain Clavien per la storia delle idee. Per farsi un idea della ricchezza dell’influenza di Jost, basta anche gettare uno sguardo sul catalogo delle edizioni Antipodes.

Stranamente, questo sforzo non è stato fatto a Ginevra dove l’uomo che si trovava all’origine della pubblicazione della Nuova storia della Svizzera e degli Svizzeri, il professor Jean-Claude Favez, non ebbe né seguaci né influenza. Probabilmente perché i suoi lavori erano e rimangono molto convenzionali. In Svizzera romanda l’altro centro importante di studi in storia moderna è quello di Friborgo grazie agli insegnamenti di Roland Ruffieux et Francis Python.

È proprio in questo periodo, poco dopo la pubblicazione (anche grazie a Romano Broggini) della Nuova storia della Svizzera, che ho cominciato a scrivere di storia nei giornali. Esisteva una domanda evidente da parte dei lettori, ma rispondere a questa domanda esigeva di tener conto di diversi parametri: lo spazio limitato a disposizione, la mancanza di formazione del lettore, ecc. (Sia detto tra parentesi, almeno da noi l’insegnamento della storia è ancora peggio di quello del tedesco!) Ho avuto l’idea di proporre al settimanale L’ Hebdo una cronaca regolare, Le présent du passé, che in una cartella prendeva come punto di partenza un fatto di attualità per dame le radici storiche. Ha funzionato bene e dopo un anno o due, la redazione mi ha dato più spazio. Ho ripreso questa formula quando, nel 1991, abbiamo fondato il Nouveau Quotidien, ma lì disponevo una pagina intera con illustrazioni. Ho pubblicato alcuni di questi articoli nel mio La Suisse à contre-poil uscito questa primavera.

Poi quando abbiamo fondato Le Temps, la direzione ha deciso di specializzare i giornalisti. In quel giornale, decisamente di destra, mi sono ritrovato incaricato della storia, solo della storia. Lavoravo a due passi da una collega che scriveva di religione. Dopo un anno e mezzo sono scappato, soffocavo! La ragazza religiosa è rimasta e ho visto che da qualche tempo ha trovato una via d’evasione: oltre che di religione ora si occupa anche di vini.

Dalle reazioni suscitate dai miei articoli, ho potuto trarre una conclusione principale. La nuova storia, lasciando da parte gli avvenimenti in favore del commento storico, cioè delle analisi e della concettualizzazione delle cause primarie e dei fini ultimi, non si preoccupa affatto di farsi capire e parte dal principio che la gente ha una conoscenza innata della storia.

Suvvia, anche i bravi studenti si trovano sperduti! Da qui il ruolo di volgarizzatore del giornalista specializzato. Visto che mi piaceva, ho anche concorso per un posto di conservatore del museo militare del Vallese, posto che mi ha permesso di confrontare le mie conoscenze con degli oggetti e di riflettere sul come raccontare una certa storia partendo· da questi oggetti. Fu veramente molto interessante.

Eseguendo questi lavori mi confrontai con alcuni problemi grossi che spiegano il titolo di questo intervento. Quale storia per la Svizzera? La prima cosa che colpisce è il disinteresse suscitato dall’ Ancien Régime. Vi sono tra il 1500 e la Rivoluzione tre secoli che hanno suscitato poche vocazioni. L’altro periodo maledetto è quello tra la Rivoluzione e il 1848. In occasione del bicentenario della Repubblica Elvetica e i 150 anni dello Stato federale ho pubblicato in Le Temps une serie di articoli (ripresi nella Suisse à contre-poil) che ha suscitato molto interesse, a cominciare dalla redazione del giornale, perché dava a ciascuno uno strumento per misurare la sua ignoranza in materia di storia svizzera, fenomeno assolutamente normale visto che la giustapposizione dei cantoni moltiplica per 26 le storie svizzere. Ognuno ha il suo punto di vista e spesso all’interno del cantone la storia si demoltiplica secondo la storia delle regioni. Il Ticino con il sopra- e il sotto-Ceneri, con le valli e, tra l’altro, il carnevale ambrosiano ne è un bell’ esempio.

Ma ciò vale anche per la storia federale, quella del dopo 1848. Studiando il modo nel quale si è formato il neo-elvetismo della Belle Epoque, nel primo Novecento, sono stato sorpreso, anche se era possibile prevederlo, dal peso dei cantonalismi. Un Ramuz, calvinista vodese, è raggelato dalla grinta dei fratelli Cingria, cattolici ginevrini. E tutti e tre hanno qualche difficoltà a capire le diatribe pangermanistiche del pastore Eduard Blocher, il nonno del nostro caro Christoph. Durante i miei anni di militanza politica ho provato quasi tutti giorni questa diversità sulla mia pelle. E non è sempre stato piacevole. Ma quando si entra nei particolari storici la divaricazione diventa persino impressionante. Un esempio.

Lavoro da tre anni sulla storia del Vallese perché quando ero conservatore del museo di Saint-Maurice, avevo progettato alcune pubblicazioni di storia militare locale. Ho pubblicato nel 2002 un libro collettivo, Un Léman suisse?, sulla neutralizzazione dell’Alta Savoia sotto controllo svizzero. Ho pure comandato a uno specialista uno studio sul servizio mercenario vallesano tra il 1815 e il 1869, cioè il periodo meno conosciuto di quest’attività in un tempo in cui il Vallese era già cantone svizzero. Questo libro dovrebbe uscire fra poco.

Per me mi ero riservato uno studio sulle guerre civili vallesane e i tumulti armati del 1815, 1833, poi del 1840, .43, .44, .47. Studiando questi eventi, e chiedendomi da dove poteva provenire questa violenza, mi sono rapidamente reso conto che non si poteva fare un lavoro serio senza andare alla ricerca delle radici nell’ Ancien Regime. Ed è cosi che, camminando a ritroso, sono andato a sbattere sulla riforma religiosa, sul movimento rivoluzionario del Cinquecento, sullo crescita molto movimentata di una borghesia che, dopo due secoli di lotta, si è, verso il 1650, saldamente impadronita del potere, di tutto il potere. E ho preso coscienza della dimensione propriamente rivoluzionaria della Riforma.

Sono stato sorpreso dalle vie diverse seguite dai futuri cantoni della Svizzera francese, con due repubbliche quasi teocratiche a Ginevra e Neuchâtel, con l’indiscusso mantenimento del cattolicesimo a Friborgo, con una riforma più culturale che politica nel Pays de Vaud, con un intreccio, un miscuglio molto strano nel Giura e, infine, nel Vallese, con una lunghissima lotta (un secolo e mezzo!) seguita di una specie di capolavoro di occultamento ideologico: nel 1700 nessuno sapeva che protestanti e cattolici furono per anni gomito a gomito nella valle del Rodano.

Come punto di partenza del lavoro, ho ripreso il metodo di analisi esposto dallo storico Charles Tilly nel suo Le rivoluzioni europee 1492-1992 (Laterza, 1993) . Si trattava di applicare una serie di criteri per individuare i tumulti o eventi gravi oppure le guerre civili, caratterizzate dall’apparizione di un fenomeno di doppio potere (un po nel senso trotskista) con messa in pericolo del governo. Ora, ho trovato per il Vallese tra il 1476 e il 1848 ben 23 (!) situazioni rivoluzionarie. Più di cinque al secolo, mentre nel Pays de Vaud, zona della stessa origine – cioè savoiarda durante il Medioevo – queste situazioni sono quasi inesistenti, almeno da quel che si capisce, vista la scarsità degli studi storici vodesi. Questo tipo di lettura del passato è evidentemente devastatore perché rimette in causa una storiografia nel suo insieme.

Ma ciò non significa che assisteremo subito a un rinnovamento delle nostre conoscenze. Per rimanere nel Vallese, l’ultima tesi, uscita due o tre anni fa, sul Cinquecento – “Reformation und Demokratie im Wallis (1524-1613)” di Caroline Schnyder è di una banalità desolante, inserendosi nella tradizione clericale della storiografia vallesana, anche se diretta da uno dei massimi specialisti della Riforma in Germania, il professore Peter Blickle, primo a parlare di rivoluzione tedesca a proposito delle guerre contadine degli anni 1520.


La domanda che ci si può porre in queste condizioni è quella di sapere perché un tipo di lettura porta a conclusioni che rovesciano un discorso apparentemente saldamente stabilito. Secondo la mia esperienza, la chiave è tutta politica. Ed è anche il parere di Jean-François Bergier che, in un libro uscito questa settimana, Entretiens avec Jean-François Bergier (Zoé), racconta come le ricerche della sua commissione hanno cambiato il suo modo di vedere la questione della Svizzera et della guerra mondiale. Ora il Bergier è uno studioso di storia economica e la sua carriera era quasi finita quando fu chiamato dal governo. Aveva 65 anni.

Ma non è tutto. Non gli era bastato: alla fine dei lavori, quando la commissione ha portato le sue conclusioni al Consiglio federale, Bergier è rimasto proprio male di vedere a che punto questi onorevoli se_ne fregavano: per loro, la questione era chiusa da anni, non interessava più. E del resto non hanno fatto niente con questo rapporto.

A sentire il Jost, sembra che la produzione della Svizzera interna sia più interessante e molto più avanzata della nostra, che, cioè, i ricercatori di Bema, Zurigo o Basilea abbiano già da un pezzo rotto con un forma di liberalismo consensuale teso ad abolire le contraddizioni della società. Non conoscendo questa produzione, non mi pronuncio.

Ma, per fare un esempio attuale, è chiaro che l’unica monografia interessante su Blocher, è il Blocher, Aufstieg und Mission eines  Schweizer Politikers und Unternehmers di Christoph Schilling (Limmat Verlag, 1994) esaurito da anni e non tradotto in francese. Questo perché il Schilling – del quale non conosco nulla eccetto questo libro – ha uno sguardo critico, difende una posizione politica che non si lascia impressionare dai discorsi di Blocher, fa in somma il suo lavoro contrariamente ad altri che si limitano a, per dirlo in francese, lui cirer les pompes.

Produzione abbondante dunque. E non sempre di un grande interesse. Ma in più, per tornare sulla domanda Quale storia per la Svizzera? , diventa sempre più evidente che le sintesi sono sempre più difficili e che la segmentazione delle ricerche, la varietà dei campi investigati, impediscono un ritorno a una storia di tipo Dierauer.

Parlando della storia delle Alpi nel libro a cui ho appena accennato, il Bergier dice:

“Je crois que l’historiographie récente ne le fait plus dans un esprit d’histoire nationale. D’ailleurs je me demande de plus en plus en plus si cette notion d’histoire nationale a encore un sens. Mème en Suisse. En tout cas, pour ce qui est des Alpes, je crois que la tendance n’est plus à l’horizon national, qui est arbitraire, mais l’horizon d’un esprit géographique cohérent, avec ses problèmes typiques, qui diffèrent bien sùr d’une région à l’autre, d’une vallée à l’autre.”

Quindi, per avvicinarci a una conclusione, possiamo, secondo me, aspettarci una crescita quantitativa eccezionale della nostra storia. Benché l’offerta – il nostro passato – sia, direi, “stabile”, perché oramai compiuta, la domanda cresce in modo esponenziale con lo sviluppo delle università, l’aumento del numero degli studenti, i crediti consacrati ai musei, le mostre, gli spettacoli di tipo storico, ecc. Ma parallelamente cresce l’apoliticità di questa gente e la sua incapacità di perlomeno capire il movimento della storia, se non proprio il suo senso. E quindi di porsi domande che disturbino, ad abbozzare interpretazioni originali, a resistere alla tentazione di appiattire tutto per servire una pappa storica insipida.

Ecco perché prendere la storia svizzera a contro pelo mi sembra un passatempo molto interessante, nell’attesa di un altro ciclo di lotte rivoluzionarie.

Vi ringrazio dell’ attenzione.

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